Tumori testa-collo: campanelli d’allarme e fattori di rischio
A CURA DI
Dott.
Stefano Bondi
Direttore di Otorinolaringoiatria
I tumori testa-collo comprendono un gruppo eterogeneo di neoplasie che colpiscono cavo orale, faringe, laringe, ghiandole salivari e altri distretti di questa regione anatomica. Secondo le ultime stime AIRTum, nel 2025 sono stati registrati circa 5.500 nuovi casi limitatamente ai tumori di bocca e laringe. In questo articolo rispondiamo alle domande più frequenti su quali sintomi non sottovalutare e su cosa sappiamo oggi riguardo a fumo, alcol e infezione da HPV.
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Conoscere i segnali: prevenzione e campanelli d’allarme
Quali sintomi, se persistono oltre tre settimane, dovrebbero far scattare un campanello d’allarme?
Molti sintomi dei tumori testa-collo sono comuni anche a disturbi banali e transitori, come un raffreddore o un’infiammazione della gola. Ciò che deve destare attenzione non è tanto il singolo sintomo, quanto la sua persistenza nel tempo. Se un mal di gola, una raucedine, una difficoltà a deglutire, un dolore all’orecchio senza causa apparente o una piaga in bocca non migliorano dopo circa tre settimane, è consigliabile rivolgersi al medico per una valutazione. La regola generale è semplice: un disturbo acuto tende a risolversi in pochi giorni; se si protrae oltre le tre settimane, merita un approfondimento.
Il tempo è l’indizio più importante: un sintomo che dura troppo a lungo va sempre indagato, anche se sembra banale.
Perché la raucedine persistente è un segnale da non sottovalutare?
La raucedine, ovvero un’alterazione della voce che diventa rauca, debole o affaticata, è spesso legata a laringiti banali che si risolvono nel giro di pochi giorni. Quando però persiste per più di tre settimane, soprattutto in assenza di infezioni delle vie respiratorie e se il paziente è o è stato fumatore, può essere il segnale di una lesione a carico delle corde vocali o della laringe. Questo è particolarmente rilevante nei tumori della laringe, dove la raucedine rappresenta spesso il primo sintomo, anche in fasi iniziali della malattia, proprio perché una piccola lesione sulle corde vocali è sufficiente ad alterare la voce.
Una voce che non torna normale nel giro di poche settimane merita sempre una visita otorinolaringoiatrica, anche solo per escludere problemi più seri.
Come si differenziano ulcere o macchie in bocca “sospette” rispetto ad una comune afta?
Le comuni afte sono lesioni dolorose, di piccole dimensioni, con bordi regolari, che compaiono singolarmente o in piccoli gruppi e guariscono spontaneamente nel giro di 7-10 giorni. Una lesione del cavo orale che invece deve destare sospetto presenta caratteristiche diverse:
- persiste oltre le tre-quattro settimane senza guarire e si protrae per mesi;
- ha bordi irregolari o indurati al tatto;
- può sanguinare spontaneamente o al minimo contatto e spesso è dolente.
Talvolta non è dolorosa, aspetto che può portare a sottovalutare la lesione. Anche le macchie bianche (leucoplachia) o rosse (eritroplachia) persistenti sulla mucosa orale, così come noduli o aree indurite percepibili con la lingua o le dita, sono elementi da segnalare al dentista o all’otorinolaringoiatra.
Una lesione in bocca che non guarisce entro tre settimane, indolore o sanguinante, non va mai ignorata: è il segnale più semplice da auto-individuare.
Come si distingue una difficoltà a deglutire di natura oncologica da un disturbo funzionale più comune?
La disfagia, cioè la difficoltà a deglutire, può avere molte cause, dal reflusso gastroesofageo a semplici disturbi funzionali dell’esofago. Alcuni elementi, tuttavia, orientano verso un approfondimento più urgente: una difficoltà a deglutire che peggiora progressivamente nel tempo, che si associa a perdita di peso non intenzionale, dolore durante la deglutizione (odinofagia). A differenza dei disturbi funzionali, che spesso sono intermittenti e legati a specifiche situazioni (stress, ansia, particolari alimenti, reflusso gastro-esofageo), la disfagia di origine oncologica tende a peggiorare e persistere.
Una difficoltà a deglutire che peggiora nel tempo, soprattutto se accompagnata da calo di peso, richiede sempre un accertamento specialistico tempestivo.
Gonfiore al collo: quali caratteristiche (durata, consistenza, sintomi associati) devono destare attenzione?
Un linfonodo ingrossato al collo è spesso legato a un’infezione delle vie respiratorie o a un’infezione dentale e tende a ridursi spontaneamente nel giro di alcune settimane. Deve invece destare attenzione un gonfiore che:
- persiste per più di quattro settimane senza regredire;
- ha una consistenza dura e poco mobile alla palpazione (a differenza dei linfonodi infiammatori, tipicamente più mobili ed elastici);
- tende ad aumentare progressivamente di dimensioni.
È utile prestare attenzione anche ad eventuali sintomi associati, come la comparsa contemporanea di raucedine, difficoltà a deglutire o lesioni in bocca, poiché un linfonodo del collo può talvolta essere la prima manifestazione clinicamente evidente di un tumore testa-collo, anche quando il tumore primitivo è ancora di piccole dimensioni.
Un nodulo al collo che non passa da solo in qualche settimana va sempre fatto valutare, specialmente se duro e in crescita.
Perché l’epistassi o l’ostruzione nasale solo da un lato sono elementi da segnalare?
L’epistassi (sanguinamento dal naso) occasionale e l’ostruzione nasale legata a raffreddori stagionali o allergie sono disturbi molto comuni e generalmente bilaterali, cioè coinvolgono entrambe le narici. Quando invece questi sintomi si presentano in modo persistentemente monolaterale — riguardano cioè una sola narice — e non migliorano nel tempo, possono essere il segnale di una lesione a carico delle cavità nasali o dei seni paranasali. La monolateralità è l’elemento chiave da osservare: un’ostruzione o un sanguinamento che interessano sempre lo stesso lato del naso, magari accompagnati da secrezioni maleodoranti o riduzione dell’olfatto, meritano una valutazione otorinolaringoiatrica.
Un sintomo nasale che colpisce sempre e solo un lato, senza mai coinvolgere l’altro, è un dettaglio da non trascurare e da riferire al medico.
Cosa deve fare chi riconosce questi segnali: a chi rivolgersi?
Chi riconosce uno o più di questi segnali persistenti non deve allarmarsi, ma è importante non rimandare i controlli.
Il primo riferimento è il medico di medicina generale, che valuterà la situazione e indirizzerà successivamente il paziente all’otorinolaringoiatra per problemi di gola, laringe, naso, orecchio e per lesioni della bocca. Qualora sia necessario proseguire gli accertamenti o avviare un percorso di cura, è fondamentale fare riferimento a un centro specializzato come INOC – Istituto Nazionale Oncologico Candiolo. Qui il paziente viene preso in carico da un team multidisciplinare (oncologi, chirurghi, radioterapisti, radiologi e anatomopatologi), un approccio integrato che garantisce la massima accuratezza diagnostica e terapie personalizzate fin dal primo momento.
Niente allarmismi, quindi, ma tempestività: in caso di dubbi che durano da più di tre settimane, il passo giusto è attivarsi subito.
Fattori di rischio: cosa sappiamo oggi
In che modo fumo e alcol, da soli e in combinazione, aumentano il rischio di questi tumori?
Il fumo di tabacco è il principale fattore di rischio per i tumori testa-collo: le sostanze cancerogene contenute nel fumo entrano a diretto contatto con le mucose di bocca, gola e laringe, favorendo nel tempo mutazioni cellulari che possono portare allo sviluppo di un tumore. Anche il consumo di alcol rappresenta un fattore di rischio indipendente, poiché ha una azione tossica e altera direttamente la mucosa orale e faringea. Quando fumo e alcol sono associati, il rischio non si somma semplicemente, ma si moltiplica: i due fattori agiscono in modo sinergico, ed è per questo motivo che chi fuma e beve tanto e con frequenza rappresenta la popolazione a più alto rischio per questo tipo di neoplasie.
Smettere di fumare e ridurre il consumo di alcol restano oggi gli interventi di prevenzione più efficaci contro i tumori testa-collo.
Cosa significa che un tumore orofaringeo è “HPV-correlato”, e come si accerta?
Negli ultimi decenni si è osservato un aumento dei tumori dell’orofaringe (la parte di gola dietro la bocca, che comprende tonsille e base della lingua) causati non da fumo e alcol, ma dall’infezione da Papillomavirus umano (HPV), in particolare dal ceppo ad alto rischio HPV-16. Si parla di tumore “HPV-correlato” quando le cellule tumorali risultano positive alla presenza del virus, un dato che viene accertato in laboratorio attraverso l’analisi del tessuto bioptico, ricercando inizialmente la proteina p16 come marcatore surrogato dell’infezione da HPV. Questa distinzione ha anche un valore prognostico importante: i tumori orofaringei HPV-correlati tendono ad avere, a parità di stadio, una prognosi migliore rispetto a quelli legati a fumo ed alcol, e colpiscono tendenzialmente pazienti più giovani.
Sapere se un tumore orofaringeo è legato all’HPV orienta la prognosi e, in alcuni casi, anche le scelte terapeutiche.
Che ruolo ha il vaccino anti-HPV nella prevenzione, e a chi è consigliato oggi in Italia?
Il vaccino anti-HPV, già ampiamente utilizzato nella prevenzione del tumore della cervice uterina, è fondamentale anche nel prevenire l’infezione dai ceppi virali responsabili della maggior parte dei tumori dell’orofaringe. In Italia, la vaccinazione è offerta gratuitamente a ragazze e ragazzi intorno agli 11-12 anni di età: una scelta cruciale per estendere la protezione anche alla popolazione maschile, che è quella maggiormente colpita dai tumori orofaringei HPV-correlati. La vaccinazione è offerta attivamente e gratuitamente anche oltre questa fascia d’età in molte Regioni, con modalità che possono variare a livello locale.
Il vaccino anti-HPV non è più “solo per le ragazze”: oggi rappresenta uno strumento di prevenzione anche per i tumori testa-collo che possono colpire gli uomini.